Recensione: Madame Bovary di Gustave Flaubert

Proseguono le letture estive sulle note dei Grandi Classici. Oggi parlerò di Madame Bouvary scritto da Gustave Flaubert, pubblicato nel 1857. Un romanzo fortemente criticato per i forti contenuti immorali ma che oggi ha tanto da insegnare ad una società ampiamente evoluta, o quasi.

Mentre leggevo questo romanzo mi sono più volte domandata perché Floubert avesse scelto una protagonista che si indebita per apparire, tradisce un marito amorevole e premuroso, è una madre che allontana e disprezza la carne della propria carne. Una protagonista che inizialmente è l’immagine della ragazza di campagna, semplice, pronta al lavoro e una volta sposata ha un netto cambiamento verso l’immortalità del tempo. Marco Cavalli Ia descrive come nuovo modello di eoina. Inizialmente avendo l’idea che l’eroe è colui che si misura dal coraggio del suo cuore, non riuscivo a cogliere cosa ci fosse di eroico in Emma. L’autore, pagina dopo pagina, ne spiega il motivo, partendo proprio dal cambiamento che Emma ha avuto a seguito di un matrimonio con il semplice medico di campagna Charles. Emma, dopo un’adolescenza vissuta in convento decide di accosentire ad un matrimonio che nella sua mente sarebbe cresciuto come l’amore romantico che i romazi le avevano descritto, quell’amore che sconvolge la mente e mette in allerta il cuore.

“Ma il desiderio impaziente di una condizione nuova o forse l’eccitazione prodotta dalla presenza di quell’uomo erano bastati a farle credere di possedere finalmente quella passione meravigliosa che fino ad allora era rimasta a mezz’aria, come un gigantesco uccello dalle piume rosa in volo nello splendore dei celi poetici e adesso non poteva credere che la calma in cui viveva fosse la felicità che si era immaginata”

Le stagioni si susseguono e la vita matrimoniale che si era prefigurata si rivela invece una solitudine vissuta dall’alba al tramonto in una casa modesta con un marito a cui piace la vita in campagna e vede in lei la sua massima felicità. Non ottenendo l’amore che si era immaginata la protagonista si costruisce illusoriamente una vita avvolta dal denaro e amicizie nobiliari come una moglie di un medico nella sua mente avrebbe dovuto avere, dove tutti vedendola avrebbero colto non solo la sua bellezza perfetta ma anche il potere che si era costruita. Lo sfarzoso lusso non rendono Madame Bovary lieta della vita che conduce: nelle pagine del romazo si evince il malessere della sua esistenza di donna in quando essere umano pubblicamente limitato. La concessione a diversi amanti non rappresentano altro che il potere e la libertà che ella vorrebbe per sé stessa. Ma come Icaro che volando vicino al sole finisce per bruciarsi così Madame Bovary finisce per far cadere la carriera del marito, indebitarsi  e perdere gli amanti che in lei avevano colto solo il piacere del corpo. Emma perde tutte le sue certezze e colta dalla disperazione decide di mettere fine alla propria vita. Floubert in questo capolavoro mette in scena i vizi capitali che logorando l’anima e ne proclamano la fine. A mio avviso Madame Bovary ha posto le sue certezze nella sua stessa ingenuità, i romanzi descrivono un amore ideale, dove l’altro è la perfezione che ci meritiamo, ma nella vita reale l’amore è cogliere nell’imperfezione di colui/colei che abbiamo affianco la perfezione che stiamo cercando. È un fuoco che va alimentato, scalfendo lati spiglolosi del nostro carattere e non un treno in corsa che chi vuole lo coglie così com’è. Voto 5/5

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