Senza titolo

Sono ferma, lo zaino sulle spalle, una bottiglietta d’acqua nel caso mi viene sete, le scarpe sono vecchie di una vita, perché sono dell’ opinione che quando si affronta un nuovo viaggio bisogna farlo con le scarpe vecchie, che conosci come sono e loro conoscono te.

Mentre i miei passi si susseguono incalzanti, vedo la gente che mi passa accanto. Sembra un quadro aberrante. Una ragazza con grandi cuffie ha gli occhi bassi sull’afalto, un velo di trucco per nascondere le lentiggini e uno zaino pieno di libri. Una mamma spinge il carrozzino con dentro il suo bambino che ha in mano un cellulare. Un uomo scende dalla sua auto costosa per andare al grande magazzino a fare la spesa mentre il mendicante dorme con la testa poggiata al vetro scorrevole. Una donna con tacchi alti parla al telefono e dai suoi grandi occhiali neri sfugge una lacrima “Lui è anche mio figlio” dice mentre mi percuote una spalla, senza accorgersene. Un’ anziana signora sta attraversando la strada ma un’auto le sfreccia davanti e le fa fare qualche passo indietro. In un angolo nascosto di una palazzina le mani di lui sul corpo discinto di lei .

Io, sola, assaporo la tranquillità dei miei pensieri nonostante il cicaleccio che mi avvolge. Arrivo davanti alle grandi porte di legno massiccio e allora, solo allora, capisco che i miei passi si sarebbero fatti sempre più stanchi e le suole delle mie scarpe ormai lacerate mi avrebbero condotta verso strade più tortuose da percorrere. Ma lì, davanti a quell’imponente ingresso, ad ogni mio passo mi sentivo sempre più sicura e mi accorgevo che quel camminare non era più lento e trascinato ma allegro come la corsa spensierata di un bambino.